SAPIENS

 

9.000 A.C. Giugno solstizio d’estate. ( June, summer solstice).

Val Grande/Val Loana

 

Premessa: nelle valli dell’Ossola nel nord Italia, esistono su molti massi segni nelle rocce che vengono chiamate “coppelle”, incisioni scavate nella pietra  migliaia di anni or sono. L’origine di tali incisioni è tutt’ora sconosciuta.

 

( Foreword: in the Ossola valleys in northern Italy, there are many boulders on the rocks that are called “coppelle”, carved into the stone thousands of years ago. The origin of these incisions is still unknown.)


Il sole aveva da poco superato l’orizzonte, i suoi raggi non erano ancora giunti in fondo alla valle che, per un’altra ora, sarebbe rimasta in ombra. La lussureggiante vegetazione (lush vegetation) del luogo occupava ogni metro di terreno e anche i pendii più ripidi (steepes lopes) erano coperti da una folta boscaglia (thick bush). Solo in alto, oltre i mille e seicento metri, c’erano alcune radure sgombre (clear clearings) da alberi. Là il sole era già arrivato, i suoi caldi raggi (warm rays)  riscaldavano l’erba e le foglie degli alberi.

In Val grande il silenzio era assoluto, si poteva udire solo il cinguettio degli uccelli e lo stormire delle foglie al vento (chirping of birds and the rustling of leaves in the wind). Nell’anno 9.000 A.C la popolazione della valle era abbastanza numerosa, circa 500 individui (persons) abitavano quei luoghi. Per lo più  piccole comunità che occupavano le alti valli dell’Ossola. Erano gruppi di sapiens sapiens molto abili nella caccia e in parte dediti all’ agricoltura (very skilled in hunting and partly devoted to agriculture).

. Da oltre duemila anni l’arrivo dei sapiens nell’Italia settentrionale aveva man mano sospinto i neanderthal più a nord oltre le alpi. La razza dominante era ormai dovunque quella dei sapiens che meglio si erano adattati ai grandi cambiamenti climatici dopo la fine dell’ultima glaciazione. Le comunità vivevano in villaggi sparsi (scattered) nella val d’Ossola e in tutte le vallate laterali. Ogni gruppo si costruiva capanne realizzate con sassi fango e con  il tetto di paglia. Alcuni usavano tronchi in legno. (Each group built huts made of mud stones and a thatched roof. Some used wooden logs.)

 

I sapiens, erano abili costruttori di armi. (weapons). Lavorando le pietre erano in grado di realizzare affilate lame con cui tagliavano le pelli degli animali cacciati. The sapiens were skilled builders of weapons. (Working the stones they were able to make sharp blades with which they cut the hides of hunted animals.)

Ormai i  grandi ghiacciai si erano completamente sciolti e ritirati nelle parti più alte delle vallate. Da oltre cinquecento anni la Val grande era innevata solo in pieno inverno mentre in estate il clima era mite a tratti caldo e la vegetazione vi era cresciuta in maniera rigogliosa sostituendo i muschi e i licheni che la ricoprivano.

Il villaggio era situato al centro della val Loana ed era abitato da circa cento individui, dediti all’ agricoltura e alla caccia. I giovani cacciavano durante tutta l’estate e la carne veniva poi essiccata e conservata (drien and stored) per l’inverno. La selvaggina era abbondante, molti cervi e caprioli (deers) vivevano nei boschi e nelle radure più alte e i sapiens erano ottimi cacciatori.

Alla sera gli uomini del villaggio si ritrovarono come di consueto intorno al focolare. I più anziani, individui di oltre trent’anni, avevano deciso che qualcuno avrebbe dovuto recarsi per una battuta di caccia sulle vette più alte. Bisognava procurarsi più cibo, la popolazione stava aumentando.

Il linguaggio era semplice ma adatto a conversare, decidere e discutere le strategie e le cose opportune da fare.

Vennero scelti due giovani, molto forti ed esperti nella caccia, ma per il momento venne deciso che i due giovani avrebbero dovuto fare solo un’escursione esplorativa in alcune zone della Valle degli Antenati non molto battute e dove era stato avvistato un cervo (not very beaten and where a deer had been sighted).

 

Il mattino successivo prima del sorgere del sole i due giovani si stavano preparando per l’escursione. Il villaggio a quell’ora era ancora addormentato. Il silenzio assoluto, interrotto solo da un lontano abbaiare di cani. L’aria fresca, il cielo limpidissimo, l’odore della legna del focolare e del fumo.

Mentre si inoltravano nella boscaglia diretti verso il passo che portava nella Valle degli Antenati salendo lungo gli scoscesi pendii, i due si scambiavano commenti sulle ultime cacce, sul tempo caldo della stagione.

La Valle degli Antenati era chiamata così da sempre, i loro progenitori avevano riportato quanto ascoltato dai loro predecessori che a loro volta avevano ascoltato i racconti del Focolare delle generazioni antecedenti.

Il racconto si tramandava oralmente da decine e decine di generazioni. Gli anziani, quando tutti si raccoglievano alla sera intorno al Fuoco spesso raccontavano ai più giovani la storia, raccomandando di raccontarla a loro volta. Si diceva che in tempi molto lontani quelle valli erano state abitate da una antica razza di forti guerrieri, (warriors) massicci e corpulenti (massive and corpulent) con il cranio (skull) di forma  (shape) differente, la fronte sfuggente e le arcate sopracciliari pronunciate e sporgenti.(the receding forehead and the pronounced and protruding supraciliary arches).

Alcuni racconti degli anziani dicevano che quella razza era stata sconfitta dai sapiens in cruente guerriglie per il dominio dei territori di caccia, altre “leggende” parlavano di una malattia che aveva sterminato il popolo dalla fronte sfuggente. Altre ancora dicevano che quella razza era stata punita dagli dei per un antico affronto fatto alle divinità. Le varie versioni tramandate suscitavano accanite discussioni tra i sapiens anche perché in varie località erano stati ritrovati da cacciatori scheletri e resti umani molto antiche di quella razza scomparsa.

C’era poi un altro racconto che piaceva molto ai ragazzi in cui si diceva che l’antica razza era di origine divina e che era riuscita a sopravvivere all’Era dei ghiacci. Un periodo, cosi si affermava nel racconto, in cui la terra era bianca e fredda e i suoi abitanti dovevano difendersi da tremendi mostri che vivevano nel clima freddo. Enormi animali, alti più di    uomini, con zanne lunghe e acuminate che terrorizzavano le persone,

 

Salendo velocemente i due giovani si raccontavano le varie versioni della “storia” senza riuscire a capire quale fosse la verità. Per quanto non civilizzati i sapiens erano molto intelligenti e capivano perfettamente le varie ipotesi su cosa potesse aver prodotto l’estinzione di una razza differente dalla loro.

Il loro linguaggio era più che sufficiente anche per scambiarsi idee e progetti sull’escursione e per intendersi agevolmente.  Erano ricoperti di semplici pelli di animali uccisi durante la caccia. Avevano due lunghi archi, numerose frecce e due lance con piatte punte di selce, affilate e taglienti. (They had two long bows, numerous arrows and two spears with flat flint tips, sharp.)

Spesso i due giovani cacciatori si spingevano nelle radure, ma mai così in alto. Si raccontava che da quelle parti erano state avvistate in più occasioni tigri e altri animali feroci ma i due, armati, avrebbero potuto tranquillamente affrontare ed uccidere qualunque predatore, in più occasioni lo avevano già fatto. La muscolatura possente e allenata consentiva loro di salire rapidamente i pendii della valle. In poco meno di due ore di cammino erano giunti a meno di duecento metri dalla vetta. In una aperta radura, rischiarata dal sole, sgombra da alberi. Solo più alto, un’ altra radura e una roccia affiorante dal prato verde segnava quella che sembrava una vetta.

Avevano poco più di diciotto anni. Si sedettero al centro della radura. Incominciarono ad affilare le lame delle lance con le punte do ossidiana (They began to sharpen the blades of the spears with the obsidian tips).

Era un’ operazione che eseguivano di frequente. Sapevano l’importanza che l’efficienza delle proprie armi poteva avere sulle loro vite.

Il sole di quel mattino di giugno li riscaldava e il tepore dei raggi sulla pelle era piacevole. Tutt’intorno nella grande radura un mare di erba e felci li circondava da ogni lato. Ad un tratto, dal fitto della boscaglia, apparve un grosso cervo  che si fermò come immobilizzato alla vista dei due uomini. Restò fermo con il collo teso e lo sguardo fisso sui due sapiens che a loro volta smisero di affilare le lance. Per un  interminabile minuto il cervo li fissò. I due restarono immobili, come paralizzati. Non volevano impaurire la preda. Un solo movimento e l’animale sarebbe rientrato nel bosco. Il cervo si mosse lentamente e iniziò a brucare alcuni alberelli al limitare della radura. Era a circa cento metri dai due uomini. Con movimenti lenti e senza scatti i due imbracciarono gli archi e abbassandosi all’altezza delle felci strisciarono verso il cervo da due lati differenti facendosi gesti e segnali già collaudati in altre battute di caccia. Lentamente gli uomini si avvicinarono al cervo che ignaro del pericolo continuava a brucare le tenere foglie degli alberi più giovani. Per un altro interminabile minuto il cervo si immobilizzò scrutando la radura di fronte a sé. Un rumore lo aveva insospettito. I due uomini si bloccarono all’istante. Erano a cinquanta metri dall’animale, ancora troppi per tentare di colpire con le frecce. Un colpo mancato avrebbe fatto fuggire il cervo. Inseguirlo nel bosco sarebbe stato impossibile.

Fu questione di un attimo.

I due erano seduti abbassati con le gambe piegate e la schiena inarcata.

Il cervo si voltò di scatto, in un attimo sparì nel folto della boscaglia.

Un fruscio si udì unito a un ruggito sommesso.

Erano quattro, tigri. Affamate.

Sbucate dalla boscaglia si avvicinavano lentamente ai due giovani. Un cupo ruggito accompagnava i loro movimenti. Si distanziarono come per volerli circondare. I due scattarono in piedi. Quattro tigri di quelle dimensioni erano troppe anche per due giovani e forti cacciatori. Ambedue imbracciarono l’arco, le tigri erano a circa cento metri. E si avvicinavano, lentamente.

Il più giovane tese con forza l’arco, ma le tigri erano ancora troppo lontane, attese qualche secondo poi prese la mira e scoccò.

La prima freccia andò a vuoto sibilando a pochi centimetri dalla testa della tigre più grossa. Affrontare quattro tigri tutte insieme voleva dire morte certa i due giovani ne erano consapevoli, molti loro compagni erano morti in quell’orribile modo, sbranati e dilaniati vivi da branchi di animali feroci.

I due avevano già affrontato altre volte insieme leoni e tigri, ma mai quattro contemporaneamente.

Stando uniti e vicini arretrarono verso un masso sporgente, una parete alle spalle avrebbe impedito alle tigri di circondarli, forse avrebbero potuto salire sul masso. Erano ormai a pochi metri dalla roccia, in un punto in cui una fitta parete di cespugli copriva una parete del grande sasso.

Le tigri avanzavano ancora ruggendo.

Altre due frecce sibilarono nell’aria, una andò ancora a vuoto, la seconda colpì in pieno una delle tigri, conficcandosi nella testa dell’animale, tra l’occhio e il muso. Con un ruggito di dolore la tigre si accasciò al suolo, un grosso rivolo di sangue inondò il verde del prato.

Le altre tigri, scattarono all’attacco, in un attimo furono addosso ai due sapiens. La morte per i due era ormai certa, Tre tigri di quelle dimensioni non potevano essere abbattute da due uomini soli. Lottarono disperatamente. Con le lunghe lance riuscirono a colpire due degli animali che si stavano avventando su di loro. Una lancia si conficcò nella gola della prima, perforando il collo e tranciando di netto la carotide dell’animale. Ma la seconda lancia colpi una tigre solo in una spalla, ferendo malamente l’animale.

I due sapiens arretrarono e giunti alla roccia si buttarono all’interno del grosso cespuglio che era addossato alla pietra.

Le due tigri a loro volta entrarono  nel cespuglio all’ inseguimento delle prede.

Giunti all’ interno i due erano ormai perduti. Le tigri li avevano raggiunti. La prima si avventò sul più giovane lacerando con una zampata il polpaccio del giovane. Un attimo ancora e la tigre lo avrebbe azzannato e divorato vivo. Il giovane in un ultimo vano tentativo colpì la tigre con un grosso coltello da caccia. Inutile la tigre gli era  addosso.

L’ altro sapiens si era spostato ed era addossato alla pietra sporgente. Era perduto, la  tigre lo fronteggiava, ruggendo.

Il sapiens si voltò come per arrampicarsi sulla roccia. Improvvisamente una spaccatura nella parete attrasse la sua attenzione, non più larga di trenta centimetri sembrava l’ingresso di una grotta. Senza esitazione il giovane si gettò nella fenditura chiamando a gran voce il compagno.

L’altro sapiens per quanto  ferito, in un ultimo disperato tentativo di sottrarsi a quella morte orrenda, colpì ancora la tigre con il lungo coltello alla gola aprendo di netto un lungo taglio nella bocca dell’animale. La tigre colta di sorpresa arretrò di qualche metro. Il tempo sufficiente per il ragazzo per gettarsi a sua volta nella spaccatura della roccia. All’ interno c’era una specie di piccola grotta. All’ esterno le tigri ruggivano ferocemente, ma troppo massicce non potevano varcare l’angusta fenditura.

I due sapiens per il momento erano al sicuro. L’ interno della grotta era molto buio. Pochi minuti dopo la loro vista si era già adattata. Vedevano abbastanza distintamente. La grotta si sviluppava all’interno della montagna, allungandosi nel sottosuolo. I due uomini decisero di inoltrarsi all’interno. Il più giovane aveva un polpaccio sanguinante, ma la tempra del ragazzo era forte e  gli consentiva di camminare anche se a fatica. La luce all’ interno era scarsa, ma la grotta si sviluppava a ridosso del pendio della montagna, di tanto in tanto la luce penetrava dall’ esterno e ciò bastava per rendere possibile il cammino anche se in alcuni tratti l’oscurità era quasi assoluta. A tratti il fondo scivoloso rendeva difficoltoso il cammino. I due sapiens camminarono senza sosta, si inerpicarono in cunicoli stretti ed angusti, superarono tratti spigolosi e taglienti, camminarono per ore, forse due forse tre. Alla fine disperavano di trovare un uscita da quel cunicolo buio ed angusto. Camminarono per ore, a volte annaspando nel buio più assoluto, altre volte una flebile luce li accompagnava nel cammino.

Sfuggiti alle tigri sarebbero morti in quella grotta nera e profonda ? Tornare indietro non era più possibile, si poteva solo proseguire. A tratti la grotta sembrava salire, talvolta i passaggi era stretti ed angusti, a volte scivolosi. I due uomini erano ormai stanchi e disperati.

Ma ad un tratto in fondo ad una lunga galleria intravidero una luce.

La grotta aveva uno sbocco.

Una grande apertura dava all’esterno, in prossimità della vetta della montagna. I due uomini allungarono il passo e in meno di un minuto giunsero all’imboccatura della grotta. Si trovarono su una parete rocciosa che strapiombava su un prato sottostante di almeno dieci metri. Scendere sarebbe stato possibile, con attenzione. Erano per il momento al sicuro, le tigri da lì non avrebbero mai potuto salire. Si fermarono ansimando. Si sedettero sul bordo della roccia.  Poi decisero, scendere era difficile, meglio salire. Si arrampicarono verso la vetta rocciosa. Vi giunsero in pochi minuti. Da lì si poteva ammirare uno splendido panorama di vallate e montagne. In lontananza si vedeva la pianura.

Erano al sicuro. Per il momento.

Più tardi i due giovani ridiscesero con cautela i pendii, guardinghi e con le armi in pugno. Ma delle tigri non c’era più traccia. In meno di due ore di giunsero nuovamente al passo d’ingresso della valle e da lì giù fino al villaggio in Val Loana. Al loro rientro furono accolti con grida di gioia dai loro compagni preoccupati del ritardo.

Nei giorni successivi un folto gruppo di cacciatori si recò insieme ai due giovani alla grotta e poi sulla vetta.

In ricordo e per ringraziamento per la sorte dei due il villaggio decise che quello sarebbe divenuto un luogo sacro. All’interno della grotta furono dipinte numerose scene dell’avvenimento, con le tigri e il cervo. Per generazioni e generazioni, fino all’inizio dell’era moderna, ad ogni solstizio d’estate, gli abitanti del villaggio si recarono in quei luoghi per ricordare la buona sorte toccata ai due uomini ed incisero nelle rocce di tutta la valle simboli a ricordo di quell’avvenimento.